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Startup Marketing e Storytelling: quando le startup si raccontano.

Storytelling“, così come gli altri inglesismi del mondo del marketing, è una parola che sembra trasudare modernità e innovazione da ogni lettera. Un po’ come la parola “startup”.

In realtà lo storytelling ha alle spalle una tradizione millenaria, perché la storia del “raccontare storie” nasce in tempi molto antichi. Tempi in cui l’epica veicolava valori alti e le favole trasmettevano la saggezza popolare. Tutt’oggi sui frontoni di alcuni teatri campeggia ancora la massima latina “delectando docet”, perché anche il teatro “insegna deliziando” accostando parole, volti, movimenti e suoni. Come vedete l’enorme potenziale del racconto come veicolo di emozioni e valori era già stato compreso dai nostri avi, che marketer non erano.

Ora spostiamoci dall’antichità ai giorni nostri, dove gli eroi non sono quelli dell’epica ma gli startupper, che non combattono con spade e armature ma con la loro idea di business, le strategie per svilupparla e tanta, tanta tenacia per arrivare in vetta al mercato.

Gli startupper e gli eroi epici hanno comunque una cosa in comune: il perseguire dei valori e il trasmetterli alla gente. Ma gli startupper hanno anche qualcosa in più:

  1. il poter trasmettere questi valori facendo storytelling su se stessi (perché a differenza dei vari Achille e Ulisse vivono nella realtà e non nella fantasia del mito tramandato per bocca di altri). Ovviamente poter incarnare loro stessi quei valori auto-raccontandosi al cliente consente anche loro di “vendersi” meglio
  2. il poter farlo sfruttando i nuovi media, raccontando la propria startup con le immagini e gli hashtag su Instagram oppure su Facebook con una narrazione più strutturata. Altri potenti “mezzi narrativi” con cui raccontare se stessi e il proprio business sono i blog e le interviste fatte da terzi.

Naturalmente uno startupper può sfruttare lo storytelling anche per raccontare l’uomo dietro il professionista. I post di “pausa” in cui si condividono foto di una bella scampagnata, aneddoti divertenti o tweet ironici alleggeriscono il tono e creano ancora più interazioni con gli utenti. Questo perché cessano di vedere lo startupper come un “cyborg implacabile” che vive esclusivamente in funzione del lavoro e ne scorgono un lato più umano, che sa ancora scherzare, divertirsi, sognare. Ma anche arrabbiarsi, dire la propria sulle ingiustizie del mondo e affermare i valori che animano la sua vita da uomo e imprenditore.

L’altro grande protagonista dello storytelling da startup è ovviamente il prodotto, e qui entra in gioco il product storytelling. Quando si ha ancora una startup agli inizi e budget limitati bisogna puntare su storie brevi, tutte con uno schema fisso:

  1. il cliente ha un problema X
  2. il prodotto della startup cala dal cielo come un magico risolutore del problema

Per ovviare al problema “budget limitato” e ottenere finanziamenti dagli investitori bisogna invece puntare sul company storytelling, che viene stilato su un business plan e segue questo schema

  1. c’è un team di menti dietro la startup, di cui vengono rivelate caratteristiche quali età, competenze…
  2. entrano in gioco gli aiutanti (business angles, parenti, amici o acceleratori di startup) che aiutano i nostri giovani eroi a tramutare l’idea in un’impresa concreta
  3. gli startupper, affinché il loro prodotto sia efficace, provano a immaginarlo dall’ottica del cliente che dovrà acquistarlo.
  4. provano anche a pianificare i canali di distribuzione del prodotto, che in genere viene distribuito online in modalità e-commerce (ma anche no, perché prodotti di abbigliamento possono richiedere anche canali di distribuzione “fisici” come i negozi)
  5. fanno sì che la loro idea di business sia tanto allettante da meritare i capitali degli investitori
  6. ottenuti i capitali, i nostri startupper devono fare in modo che la loro impresa valga davvero i capitali che hanno ottenuto grazie al loro “storytelling aziendale”. Perché lo storytelling è senz’altro un potentissimo strumento di persuasione, tuttavia da questo momento si esce dalla “favola” e si entra nella “realtà”. L’unica a sancire davvero se una startup sarà un flop o un successo.

 

 

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